ISTITUTO
COMPRENSIVO STATALE
Via
Stefanardo da Vimercate, 14
Scuola Media
“Trevisani - Scaetta”
20128
MILANO – Tel. 02/2578218 – Fax 02/27000500
Anno Scolastico 2000/01
Relazione dell’anno di Formazione
Flessibilità
progettuale e contestualizzazione: alcune esperienze didattiche.
Il termine
dell’anno scolastico propone ad ogni insegnante, soprattutto dovendo esprimere
una valutazione dei risultati conseguiti dai suoi alunni (e quindi anche della
propria efficacia pedagogica), una serie di riflessioni che normalmente gli
pongono l’obiettivo di individuare una strategia didattica “perfetta”
da mettere in pratica negli anni a seguire. E’ la ricerca di un’utopia che
offre spesso soluzioni illusorie destinate a rivelarsi quasi sempre inadeguate;
infatti, risulta quasi sempre ovvio che l’unico cammino percorribile è quello
della flessibilità progettuale e della capacità di adeguare in corso d’opera
le proprie proposte al contesto cui si riferiscono. Questo non significa la
possibilità di esimersi da una seria analisi delle condizioni iniziali a dalla
progettazione di una convincente programmazione annuale: soprattutto per chi si
trova proiettato improvvisamente in una realtà scolastica sconosciuta
l’analisi della situazione iniziale di un gruppo classe richiede più di un
semplice colpo d’occhio e, generalmente, un'idea consistente delle effettive
prerogative dei ragazzi la si può avere in un lasso di tempo variabile tra
alcune settimane e qualche mese. Nel frattempo è però necessario approntare
una programmazione che sarà, per forza di cose, un canovaccio, pur dettagliato,
destinato a subire sostanziali modifiche.
Ciò che può
confondere le idee e costringere a ripensamenti e “cambiamenti di rotta” è
costituito da un ventaglio di fattori piuttosto ampio che vanno dal contesto
socioculturale nel quale la scuola si trova alle caratteristiche e alle linee
programmatiche della scuola stessa (il POF dovrebbe offrirne una discreta
panoramica) attraverso, ovviamente, le finalità dei corsi di strumento e le
aspettative degli alunni e delle loro famiglie. Queste sono le premesse che
dovrebbero influenzare in modo decisivo la stesura della programmazione annuale
d'inizio d’anno. Il carattere fortemente individualizzato dell’insegnamento
di strumento offre un margine ulteriore per lo svolgimento di programmi
personalizzati: ciò è traducibile nella possibilità effettiva di stravolgere
il piano di studi previsto per uno o più ragazzi, senza influenzare minimamente
il percorso di tutti gli altri.
Ecco dunque
motivate le scelte della presente trattazione: ogni alunno di questa scuola è
stato un caso particolare, nel bene e nel male; ho quasi sempre dovuto
effettuare congrui aggiustamenti in itinere che si sono ben presto rivelati non
solo necessari per portare a buon fine – almeno parzialmente – gli obiettivi
prefissati ma spesso per tenere sotto controllo dispersione ed assenteismo che hanno caratterizzato in modo
pesantissimo alcuni dei percorsi formativi da me intrapresi. Mi sembrava in ogni
caso opportuno affrontare in questa sede solo alcuni degli aspetti del mio
lavoro di quest’anno trattando da un lato la progettazione teorica di un
percorso “normale” di flauto traverso e, dall’altro, quello pratico frutto
dell’adeguamento dei miei orientamenti didattici al contesto reale con il
quale sono venuto a contatto.
A partire dai
primi giorni di Maggio mi è stata commissionata la stesura di un manuale per
flauto traverso destinato alla pubblicazione on-line a partire dal prossimo anno scolastico.
L’opera, che
consiste in un eserciziario destinato a studenti delle scuole ad Orientamento
Musicale, è suddivisa in tre livelli – corrispondenti all’incirca al
triennio delle attuali scuole medie – ulteriormente scandito in quattro fasi
principali. La sostanziale novità della proposta, che dovrebbe costituirne il
punto di forza, è rappresentato dall’estrema modularità – favorita anche
dalla pubblicazione in dispense “scaricabili” singolarmente dalla “rete”
– che permette di svolgere una programmazione non per contenuti ma bensì per
“abilità” da conseguire attraverso un corso di base dal quale muovere, a
seconda delle necessità di ogni singolo alunno, servendosi di appositi “plug-ins” dedicati, di volta in volta, a recupero, consolidamento
e potenziamento. Si tratta, in sostanza, di un taglio netto con la didattica
musicale del passato, basata su percorsi rigidi e su repertori assolutamente
altrettanto rigidi: ora al centro dell’attenzione c’è l’allievo sul quale
si costruisce un percorso “su misura” rispettando le sue esigenze musicali e
le sue inclinazioni. Le sue capacità strumentali crescono con lui e non
nonostante lui e le sue reali capacità.
I punti
qualificanti del metodo sono molti (ovviamente, dovendolo vendere, il mio è un
punto di vista non imparziale…) ma porrei in primo piano quelli che, tra
l’altro, hanno rappresentato l’impegno più consistente in fase di
progettazione e stesura. Oltre alla modularità precedentemente illustrata ho
posto la massima attenzione su gradualità e consequenzialità delle difficoltà
da affrontare passo dopo passo: sempre un problema per volta calibrato sulle
effettive competenze previste – dal punto di vista motorio e logico – per
ragazzi appartenenti alle fasce d’età cui è rivolto. Il grande impiego della
musica d’insieme, attività che nel nostro nuovo decreto attutivo assurge ad
un ruolo di primaria importanza, balza subito all’occhio: ogni fase è,
infatti, costituita da dodici esercizi, sei dei quali completati
dall’accompagnamento di un secondo flauto, in alcune occasioni con difficoltà
tecniche alla portata dei compagni di corso, per così dire, più preparati.
Per concludere
sinteticamente posso affermare che è stato un lavoro estremamente complesso,
caratterizzato da continui ripensamenti che mi hanno spesso portato a
stravolgere completamente la “traccia di base”; mi aspetto, tra l’altro,
in un futuro che mi auguro non sia troppo in là nel tempo, l’opportunità di
rimediare ai probabili errori – alcuni dei quali già miseramente venuti alla
luce (!) – fatto, questo, che corrobora la mia particolare inclinazione verso
l’elasticità mettendo però a dura prova le mie esigenze di concretezza e
stabilità.
Un altro episodio
emblematico di quest'anno scolastico è rappresentato dal coinvolgimento in
un’ esperienza di musica d’insieme di un gruppo di alunne appartenenti alle
locali comunità Rom.
Si tratta di un
caso decisamente anomalo, legato alla continua riprogettazione di un percorso
scaturito, dopo un grande numero di assenze di due allieve, da un casuale
contatto tra le mia personale passione per l’etnomusicologia e il loro normale
ambiente sonoro. In effetti lo scambio umano ha permesso l’avvici-namento di
due posizioni apparentemente inconciliabili - dovute, forse, a conflitti
pregressi con l’ambiente
scolastico – dando luogo ad un confronto su un piano, in seguito, tutt’altro
che strettamente musicale.
La proposta originale è stata quella di preparare un brano, da cantare ed eseguire con flauti dolci accompagnati da una chitarra e un pianoforte, scelto dal repertorio popolare Rom. Quest’idea ha immediatamente polarizzato l’attenzione delle ragazze alle quali si sono ben presto aggregate altre due alunne, appartenenti alla stessa comunità, tra l’altro nemmeno iscritte al corso di strumento. Tuttavia, sbollito in poche lezioni l’entusiasmo iniziale, si presentava la necessità di finalizzare concretamente gli sforzi – che sarebbero stati ingenti (soprattutto dal punto di vista delle ragazze) e dopo uno scambio d'opinioni – considerando anche la possibilità di avere a disposizione per qualche giorno le apparecchiature necessarie – la conclusione più allettante pareva la registrazione del brano sul quale stavamo lavorando e la successiva masterizzazione su CD. A quel punto potevo pretendere molto di più dalle allieve, in termini di puntualità (sia dal punto di vista materiale che da quello dell’esecuzione delle consegne impartite) e di impegno costante in classe; significava anche poter fare un lavoro più complesso e basato su una struttura testo-musica molto articolata. Non era da sottovalutare poi la possibilità di effettuare agganci pluridisciplinari – anche se in pratica si sono rivelali molto limitati – per realizzare ogni dettaglio al meglio (copertina del CD e libretto interno, per esempio); in breve sono riuscito ad avere il testo completo della canzone che – idea approvata con entusiasmo – poteva comparire tradotto in più lingue, oltre a quella italiana. La copertina sarebbe stata composta da un disegno, approntato durante gli spazi di Educazione Artistica, e dalla fotografia del gruppo. Ho invece abbandonato quasi immediatamente l’idea di effettuare l’editing audio su un computer della scuola: le procedure sarebbero state troppo complesse e quindi mi sarei limitato a mostrare dettagliatamente ogni fase della produzione della traccia. Finalmente ci si poteva dedicare al lavoro di stesura e arrangiamento del brano, costituito comunque da una struttura molto elementare (strofe e ritornello). L’unico problema era costituito dal fatto che ognuno aveva in mente una diversa struttura melodica mentre fortunatamente sul testo non c’erano praticamente dubbi. Dopo una mezza dozzina di tentativi l’arrangiamento sembrava funzionare ed eravamo ormai pronti a coinvolgere altri ragazzi con diversi strumenti (una chitarra e un pianoforte).
Il condizionale
impiegato nella descrizione delle singole fasi era decisamente d’obbligo: in
effetti alcuni problemi hanno impedito di portare a termine la fase finale del
progetto (registrazione, editing e masterizzazione); una serie di festività con
relativi “ponti”, dando luogo ad una incredibile serie di lezioni mancate,
ha reso di fatto impossibile la conclusione del lavoro. Perciò al rientro del
gruppo si è deciso di limitare i danni finalizzando l’esecuzione –
semplificata e privata del testo cantato – al saggio di fine anno e
all’esecuzione nel corso del colloquio pluridisciplinare previsto per gli
esami di licenza. In questo caso la qualità e la quantità degli aggiustamenti
apportati alla linea iniziale sono davvero un esempio illuminante della necessità
di elasticità (soprattutto mentale) che questo tipo di lavoro comporta. Lo
sforzo più grande consiste nel finalizzare il proprio impegno verso un
risultato che potremmo definire “di massima”, operazione, questa, che
impedirà di sentirsi costretti a dichiarare fallimento ad ogni piccolo cambio
di direzione del vento: il risultato alla fine è stato che quattro alunne dal
vissuto scolastico piuttosto negativo (non tutte e non del tutto, per la verità)
hanno ricominciato a frequentare il corso di flauto regolarmente con un
obiettivo chiaro e definito e che era diventato l’unico motivo per il quale
valesse la pena di arrivare in aula spesso con trenta minuti d’anticipo sul
proprio orario. Ho potuto dividere il gruppo in due voci, da una lezione
all’altra, assegnando parti diversificate senza problemi e senza alcuna
protesta per l’ulteriore sforzo richiesto: la melodia era più complicata ma
era anche indubbiamente più bella, la si doveva fare così. In più ho avuto
anche la non piccola soddisfazione di vedere tra il pubblico le famiglie delle
ragazze partecipare con interesse all’esibizione nel corso del saggio.
E’ evidente la
deviazione dal percorso che mi sarei invece aspettato di affrontare il primo
giorno che entrai nella nostra scuola: non ho praticamente svolto nulla del
programma ministeriale, non ho effettuato verifiche periodiche, ho scritto ben
poco sul registro personale. Eppure non è stato un fiasco, non almeno in questo
caso: senza dettagliare tecnicamente voce per voce i singoli elementi del mio
operato credo di poter parlare di grande successo, per lo meno sul piano delle
ricadute comportamentali e del raggiungimento degli obiettivi educativi
trasversali.
Per concludere
posso confermare la mia tesi: difficilmente potrò utilizzare di nuovo la mole
di materiale prodotto, dovrò accontentarmi dell’esperienza e della
consapevolezza che la musica può essere veramente uno strumento potentissimo di
coinvolgimento in grado di fornire i mezzi per ridurre, se non addirittura
annullare, distanze che impedirebbero qualsiasi possibilità di crescita ad
alunni e educatori. Non potrò certo parlare di strategia didattica
“perfetta” (in fondo la perfezione non è di questo mondo…), ma sarò
sicuramente ancora più coraggioso la prossima volta che mi troverò a
fronteggiare una situazione analoga.
Milano, 18. 6. 2001